Claudia Formiconi

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Scrivo versi nudi

Scrivo versi nudi

Poesie (43) Recensioni (4) Presentazioni (2)

Editore: BastogiLibri, Roma 2017
Collana: La ricerca poetica

“Ho letto con molto piacere e ammirata partecipazione la Sua raccolta di versi, singolari e suasivi per rapido e incisivo ritmo. La sua poesia ha al centro uno splendido slancio d’amore, e, intorno, essenziali visioni, riflessioni, memorie rese indimenticabili in forza di immagini e metafore del tutto originali. Ella ha saputo davvero reinventare il discorso amoroso.”

Giorgio Bàrberi Squarotti

 

Prefazione

Con questa raccolta di Claudia Formiconi, il lettore si trova di fronte ad un romanzo in versi, dalla forte tentazione metanarrativa; il romanzo della vita affidato all’amore, agli amici, alla terra, al mare, ai paesaggi in una coesione poematico/ narrativa dentro il senso di un’esistenza passionale.
Anche se tanti sono i temi presenti nella silloge, la dimensione dominante rimane l’amore con le sue passioni, il suo erotismo, i suoi eccessi, i suoi abbandoni e l’Autrice non cessa un attimo di cantarne l’elegia e il mistero.
Le parole tenaci, a volte delicatamente spregiudicate, intrecciano un dialogo intenso fra il poeta e il lettore, avvezze allo scavo interiore e a palesare le follie dell’amore, tanto quanto ad esaltare la natura e ad ammirare “la Poesia e i Poeti”: per scrivere versi bisogna avere una naturale inclinazione.
“Scrivo versi nudi/infinitesimali congiunzioni/ di copule/amplessi concentrici/ rivoluzionari/ Scrivo versi spregiudicati/ senza l’aura della colpa/ roteanti/affabulazioni lessicali/ardite.(...)”
La sacralità della Poesia ben si coniuga con l’essere libera e con la voglia di libertà, con ciò che accende il cuore e la carne elargito con estrema raffinatezza: relazioni di grande impatto emotivo.
“ Camminasti sulle mie sabbie,/ (…)prosciugasti le mie oasi/ (…)profanasti la mia anima/ riscattandola dal peccato di peccare/ rendendomi libera/ nell’essenza e nella forma”.
Il lessico vario e colto, attinge spesso al patrimonio letterario classico e a fonti mistiche e mitologiche, affronta le insidie della poesia con la convinzione che l’intensità della parola crea immagini e coglie significati intimi; le metafore classiche sono ben combinate con l’oggi. Infatti la poesia di Claudia Formiconi non rinuncia ai miti classici, ma neanche al linguaggio corrente.
Si apprezza così una scrittura che è forma del desiderio, che dà voce alle intermittenze del cuore, alle sensazioni appartenute che hanno lasciato un segno e che diventa il luogo della malinconia e del sottile fil rouge della vita interiore fatta di luci e ombre.
“Nella catàbasi/ monderò la mia anima”
“Gaia ha allestito il suo potente esercito/ che per partenogenesi ha generato:/ Urano le Ninfe e Ponto. Che sia forte il tuo impegno/ dunque;/ (….). Non c’è più tempo/ né ora né domani/ Gaia ha già schierato il suo potente esercito”.
Inquietitudine e passioni coabitano e comporre versi ne allenta il dolore e spiana la strada della ricerca affannosa del significato della propria esistenza così come fecero i filosofi greci Talete, Empedocle, Parmenide che vestirono i panni del poeta o storici condottieri come Alessandro Magno che era solito portare con sé l’opera di Omero che cantava il coraggio del Pelìde Achille.
Claudia Formiconi ha un rapporto privilegiato con la Musa alla quale consegna ricordi, rancori, gioie, estasi, follia, fragilità aspetti dell’umano agire in una comunicazione intima, provocatoria, ironica.
“Non furono sufficienti/ gli sguardi rubati/ in quel settembre/(…) dove l’acqua di fiele/ sapeva il sapore/ di un amore triste”.
Dunque Eros e Poesia non sono in contraddizione: le pagine di questa raccolta sono pregne di pulsioni, emozioni, palpitazioni, attese, accolte dalla Musa che si concede per saziare la libidine del comporre.
Il verso ha una forza che incanta e il lettore è attratto da questa forza e la conserva dentro di sé, quasi gelosamente…
Nella raccolta la Poesia è un altrove che estranea, tanto diventa vera e palpitante, da emozionare così profondamente, da attrarre a sé, da vincere e da avvincere: il Poeta quando è chiamato dalla Musa è metà cielo e metà terra… è altrove…
Questa l’idea vincente: i versi di Claudia Formiconi incantano, creano ardimento, è tangibile il potere misterioso della poesia, così come nei versi dedicati a Maiakovskij, Lorca e Neruda, o in quella pensata per la Poiesis che è arte grazie anche alla sapiente e colta ricerca letteraria.
“(…)I poeti fanno paura/ con la loro veste scarlatta,/ nella notte che dischiude/ il nuovo giorno”.
“(…)Mi apro al verso/ come ninfea al mattino/mi libro in rime equivoche/ ne rubo i suoni,/ e mentre/ il mare m’avvolge di sale/la gioia sale”.
Il sogno, impastato con la realtà, è sempre presente nella silloge, i cui versi si innalzano nella luminosità della rinascita; “(…)Qualche ferita in più/ vedono ora/i miei occhi,/in una luce più nitida/mi riconosco/ nella mia completezza” (Palingenesi). E ancora “(…) Nulla più/ sarà come prima,/ nuove ere si preannunciano/ lo scarabeo preconizza nuove epifanie/ dell’anima/ e del corpo”, versi dedicati, con sottolineatura filosofica, all’interazione con la parte più profonda del proprio io che ritorna alla luce.
Con il magico potere evocativo e di suggestione delle sue parole, Claudia immerge colui che legge in una dimensione sensoriale: “(…)sbatti le porte/spalanca le mie percezioni/oltre ogni limite,(…)”.
Il guizzo delle sue idee, lo sguardo al mondo e alle cose, intelligente e profondo, è ciò che conquista; dice bene in Peccatore” (…)-amputazione certa!-/ per estirpare/ il male cosmico./ Morte ai peccatori/- evviva gl’innocenti! “
L’Autrice con le sue colte liriche attraversa l’amore, non lo teme, si sofferma su ogni particolare, non scabroso per chi ama donando tutto di sé, ne accetta il mistero. Riesce a dar voce a sentimenti grandi di fronte ai quali si rimane immobili e muti per non romperne la sacralità. Un esempio è “L’amore, quello vero/(…)E’ catartico/nel momento del piacere,(…)”.
“Adoro l’urlo della tua carne/ quando mi guardi, / saette di fuoco/ i tuoi occhi/ trafiggono/impazzite/i campi assetati/del nostro amore.(…)”
Quello di Claudia è un sentire estremo, un cogliere viscerale, un adire senza sconti, un penetrare nel mistero senza limiti, un possedere ardito, un sublimare il banale. L’erotismo è prorompente; la donna non è solo voce di illusioni perdute, ma è Donna, unione perfetta di corpo e spirito, selvaggia e dolce, tra il piacere e il sonno, tra il fuoco e l’acqua, così come canta Neruda.
Ecco la Donna di Claudia Formiconi Stella nascente!
La silloge è uno specchio che si guarda allo specchio, immersa in quella linea sottile tra l’istinto selvaggio e l’equilibrio, tra il sacro e il profano, tra il reale e l’immaginario: è così che appare in Sacrificio.
Anche i versi che cantano il mare, la terra, il paesaggio conducono il lettore in un labirinto di immagini, di sentieri, di voci, di gesti e nel cuore delle parole e lo stringono in un abbraccio voluttuoso.
“ (…) mareggiate che racchiudono l’amplesso notturno/ con la risacca che prorompe/nei segreti lidi della passione.(…)”
“La mia terra è gonfia/ ha linfa nei solchi/ è nuda/ contaminata/ come un letto disfatto.(…)”
Eros , passione, forza interiore, coraggio sempre e ovunque si traducono in un linguaggio sensibile all’influenza classica e al ragionar poetico di Ungaretti.
Una Poesia che ci rigenera, dilata il nostro tempo, lenisce la disillusione e restituisce quel tempo di aristotelica memoria alla nostra memoria che resiste ad ogni tempo e che è più tenace del “bronzo” oraziano.
La raccolta lascia traccia significativa nella sempre più larga confusione di scrittura lirica che, oggi, in modo così insistente, insidia la nostra pazienza.

Gheti Valente

Contrasti

Contrasti

Poesie (11) Recensioni (4)

Edito da Bastogi Editrice Italiana , Foggia 2013


da “Contrasti” ­ Torino, 18 aprile 2013

Cara e gentile Claudia,
ammiro profondamente la Sua poesia di accesa passione dei sensi e d’avventurosi e mutevoli amori.
Splendida è la tensione del discorso, intenso è lo slancio fino al trionfo felice del piacere. I testi dedicati ai rapporti e alle conquiste della protagonista del libro con altre donne sono in particolare bellissimi per originalità e invenzione.” […]

Giorgio Bàrberi Squarotti

 

Prefazione

Contrasti, la raccolta poetica di Claudia Formiconi, potrebbe apparire dal titolo un poema sulle contraddizioni, una summa di ragioni in versi sulla disarmonia del mondo, la proposta di un discorso sulle molte stratificazioni del reale, ma non lo è. Fin dai primi versi appare evidente che non siamo alla presenza di un poeta che racconti, che faccia autobiografia, che intervenga a presentare esperienze, che faccia distinguo e tracci cammini. I contrasti del poeta sono tutti nel sentire con cui si fa protagonista del suo vivere, sono nelle sensazioni che diventano sentimenti e non idee, sono nelle immagini che tracciano metafore, sinestesie, ossimori del linguaggio e del senso.
“Dolce impetuoso pentagramma/ sinfonia di marzo incipiente/ (…) Ti cullerò negli armonici spartiti dei miei seni/ con le note comporrò le parole non dette.”
Poesie di erotismo e passione, il corpo come tramite di conoscenza e appartenenza e dall’altro lato poesie della solitudine, della perdita, dell’alienazione. Più la passione è feroce, ossessiva, più l’anima misura la sua sete, si perde.
“La lingua del corpo è veritiera/la menzogna non sopravvive/ nel linguaggio della carne./ (…) Lo spasmo ferino morde le carni/ mi disseto dal calice del dolce inganno.”
Contrasti gioca su una carnalità che vive nel mondo, su una sensualità che si aggrappa all’altro e lo descrive come oggetto del desiderio e come presenza forte, sulla solarità dei sensi e l’oscurità del dolore.
“Ho paura di annegare/nel fiume delle mie lacrime/ pletora inarrestabile della mia solitudine.”
Il corpo e le dune “Le dune, mie sorelle carnali le amo/ mi stendo perfettamente nel loro caldo letto/ morfologica mente uguale a me.”
Il corpo e il mare, il corpo e il vento, il corpo e l’uomo, il corpo e le donne: il poeta donna canta le donne con intensità e struggimento, è con loro, compagne di piaceri segreti, che gioca al gioco terribile dell’appartenenza “corpo anima/ esplode galattico l’amplesso/ (…)// Conchiglia perfetta/ indecifrata/ sostanza complessa nel tuo scrigno/ della mia speculare forma trattenuta” e insieme cerca l’unicità dei gesti, dei momenti, delle parole.
Il corpo del poeta, soggetto del suo canto, è soprattutto sesso, pelle, occhi, “Fonderò i miei occhi nei tuoi occhi/ per creare un unico specchio di luce” non voce, non logos che ponga in ordine il mondo. Perché in questo caos quasi panteistico, “…Il languido sonno è terminato/ è il tempo del caos dei sensi/ i petali protesi/ si aprono al nuovo giorno…” in questi orgasmi primordiali, in questi abbracci invocati e vissuti in un’estasi irragionevole, le sinuose fantasie del velo della mia pelle, il corpo ha fantasie, l’involucro della pelle le ha, l’erotismo diventa alchimico, trasforma, genera l’essere nella sua interezza, convoca nella materia che brucia l’essenza sottile e vibrante dell’anima che ha fatto di quel corpo un tempio.
“Seni, fianchi, crocevia della vita/ dolce fluttuare di sangue/ s’addensa il respiro nel grembo/ che genera l’essere”
Culto della bellezza, la propria e quella della natura con cui si confonde e si identifica. Il mare culla il poeta dall’infanzia, lo nutre, lo modella, lo veste, tra dune e epifanie colorate, onde, isole perdute, frammenti del possibile che diventano sogno dell’impossibile, desideri di perfezione, di assoluto, viaggi, metafore.
Il poeta viaggia al limite, laddove si agitano passioni e tempeste, dove il contrasto delle esperienze diventa contrasto del verso, lo stridore che volutamente spezza l’armonia, il ricordo che si carica di dolore, la malinconia che perversa si insinua nel quadro perfetto di un incontro.
“…il presente riflette l’attimo/ nel deliquio che strappa l’anima/ …l’horror vacui sopraffà/ l’intimo senso ancestrale/ i suoni dell’anima usurpati/ violati…”
L’horror vacui in una poesia di così intenso sentire, non può che rappresentare la paura dei sensi addormentati, il rischio del disincontro, l’indifferenza che inattesa può aspettarci dietro l’angolo e impietrire la vita, inaridire i sentimenti, cancellare le passioni. Il poeta ingaggia questa lotta col suo stesso vissuto, lo mantiene vivo ardente, lo culla con il suo verso denso, pregnante eppure trasparente come un cristallo, fragile e sonoro come una conchiglia, mobile nel ritmo e nella durata allo stesso modo del mare che ne ha definito l’infanzia e ritorna a significare le mutevoli sostanze del presente.
“Dov’è l’ancora salvifica in un mare in tempesta?/ per attraccare nei fondali dell’inconscio/ per non essere erosi dall’ora che ci consuma.”
In questo libro, su 38 poesie, 26 parlano di passione, ma la passione del poeta ha a che vedere con la vita nella sua interezza, non è solo verso un uomo, una donna o un luogo, ciò che gli accende i sensi e il canto è l’altrove che si nasconde nelle cose, nei volti, nei momenti, è la ricerca di quell’epifania che svela il mistero e diventa libro magico, cifra dell’esistenza.
“la mia epifania colorata/ di veste marina// magico libro/ della mia esistenza.”
(…)
“Per questo il mio essere/ riluttante al clamore/ affonda lo sguardo./ …Inarrestabile la pletora dei miei silenzi.”
Il poeta ci consegna il punto d’arrivo dove la parola ha bruciato la sua fiamma e si è fatta nel cuore e nella mente inarrestabile silenzio.
Da questo silenzio sgorga l’inchiostro di sangue, quella poesia fatta di sudore, lacrime, palpiti, ricerche e piacere che sola lascerà l’impronta nuda, essenziale dei passi del poeta, la sua traccia forte nel mondo.
“Inciderò la mia impronta nuda/ l’inchiostro di sangue/ suggellerà il mio vissuto.”
Il poeta conosce il suo destino, la coscienza si è costruita attraverso i sensi, il suo corpo cammina con passo ardito, il suo sguardo si è liberato da ogni indecisione, resta la domanda di chi ornerà il suo capo, non già di serti di alloro, come si sogliono ornare i poeti nel loro trionfo, perché il poeta è qui femmina e donna, per questo vuole, a inanellarle i capelli, bacche rosse e rovi di more, sostanze succose, dolci e vestite di spine, uniche presenze possibili, sanguinanti e umide ferite che convocano trionfi d’amore.
“Bacche rosse cingeranno il mio corpo/ passo falcato, sguardo deciso/ chi inanellerà i miei capelli con rovi di more?”
Il corpo del poeta, l’anima, il suo verso hanno costruito un mito, il momento della creazione, l’inizio e il rinnovarsi di tutte le storie e di tutti gli sguardi, e qui si insinua l’ombra di Sheherazade, vibrate delizie, il fiore delle mille e una notte, che si allunga nel fuoco dei bivacchi per ogni donna poeta che aspiri con la sua femminilità e il suo canto a sconfiggere l’insanità del mondo.
“Scimitarre lucenti/ vibrate delizie/ scolpite col fuoco/ il fiore/ delle mille e una notte.”

Grazia Fresu


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