Claudia Formiconi
Articolo La questione del diverso nella letteratura

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27 Gennaio 2018
La questione del diverso nella letteratura


Estraneo, inusitato, opposto o, più semplicemente, diverso; diversusdivertere, tutto ciò che non rientra in quelli che sono i canoni della normalità.

Il diverso altri non è, se non colui che si pone in uno stato di isolamento, vuoi perché ossessionato dal continuo, presupposto, giudizio altrui (sovente ossessione fantasma, parossistica), vuoi perché costretto, a sua volta, proprio dagli altri, i cosiddetti normali.

Nel campo della letteratura, reiterati sono i casi di diversità, di estraneità, di isolamento, dovuti quasi tutti a stati di allucinazione, a mere forme di manie ossessive o ad ingiustizie sociali.

In Kafka, ad esempio, è la colpa che fa mettere in movimento questo assurdo processo di segregazione volontaria, una colpa del tutto ignota, atavica, come l’arcaico peccato originale, una pena da espiare, una colpa congenita. (La sentenza e Il processo). L’uomo kafkiano è infatti ossessionato da una oscura forza, una sorta di recondita rivelazione del tutto inesorabile e, cosa ancor più inquietante, non debellabile, che conduce l’essere stesso ad estraniarsi da quella che viene definita, più propriamente, una esistenza normale. In uno dei suoi racconti dal titolo La tana, Kafka ci spiega eloquentemente la condizione del diverso e di come rasentando la mera follia, si costruisce una tana per potercisi trincerare, vivendo con l’ossessione che qualcuno (l’intruso) possa, da un momento all’altro, stanarlo, irrompendo così nella sua abitazione-prigione (nel suo più profondo intimo). Si, perché proprio di prigione si tratta, in quanto tale ossessionante piano di difesa nei confronti del mondo esterno, sempre 

alacre ad inquisire, diviene una condizione dell’assurdo, di una salvezza che assurge ad uno status di privilegio proprio perché creata da noi stessi e che, al contrario, invece di proteggerci, ci rende ancor più vulnerabili nei confronti dei giudizi e dalle eventuali ingerenze altrui. Questa condizione di straniamento, portata al parossismo, genera l’uomo zoomorfico (La metamorfosi). Insomma, un volersi estraniare totalmente da quella esistenza del tessuto quotidiano ordinario. Autotrincerarsi con l’isolamento. Ed è proprio questo paradossale atteggiamento che rende l’essere Kafkiano un vero e proprio emarginato. Il voler degradare tutto ciò che ha valore altamente etico e umano è insito nel pensiero dello scrittore di Praga e tale reificazione la ritroviamo nella sua più famosa e surreale opera La metamorfosi, metafora dell’uomo reificato, appunto, sotto le sembianze di uno scarafaggio.

Il netto rifiuto, del commesso viaggiatore Gregor Samsa, alla squallida nonché banale routine quotidiana e a tutto ciò che irretisce e avvilisce la coscienza umana atta, invece, a impulsi e ad aspirazioni nobili e superiori e che, invece, trasforma l’essere in un automa, privandolo di ogni volontà creativa e intellettiva.

La non comunicabilità, l’incomprensione, sono altre possibili situazioni che possono indurre l’uomo ad una condizione di isolamento; quasi tutte le creature di Pirandello sono affette da questa  patologia, malessere che, nolente volente, le predispone ad uno stato di isolamento e, quindi, di diversità.

Vitangelo Moscarda, il personaggio chiave di Uno, nessuno e centomila è vittima di una impercettibile anomalia fisica, fattagli notare da sua moglie, la quale guardandolo con estrema perizia, con la sua personale ottica, gli fa presente che il suo naso ha una particolare tendenza verso destra. Ha qui inizio un’incessante e surreale processo introspettivo, l’atroce dubbio che nessuno è come si vede realmente e che tutto è relativo. Ma allora dove sta la vera verità? La verità assoluta non esiste, ci fa capire esplicitamente Luigi Pirandello; tanti sono i giudizi, tante sono le verità.

E se a mettere in atto questo paradossale processo è stata una futile causa fisica, figuriamoci cosa potrebbero comportarne altre di maggior gravità. Questa è la drammatica consapevolezza che attanaglia, non solo il Moscarda, ma tutte le complesse creature pirandelliane, è la costante; e l’isolamento è l’unica soluzione possibile per poter esorcizzare tale condizione, al fine di eludere tutte le incomprensioni e le eventuali diatribe che costellano i già difficili rapporti sociali. Nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore è il silenzio che risolve il problema dell’incomunicabilità, è la parola che è inquisita in quanto ritenuta non autentica, infedele. Il silenzio come conseguenza della non comunicabilità, induce l’essere all’estraniamento e, quindi, a divertere.

Umorismo, autoironia, isolamento, follia. Pirandello risolve in tal modo l’ineluttabile dramma della labile esistenza 

umana; con quella apodittica concezione stoica (endemica, propria dello spirito della cultura siciliana, vedi anche Giovanni Verga) ereditata dalla millenaria civiltà greca, con le sue Moire che tessono i fili del destino.

“Dato l’ordine di cose esistente, i migliori (moralmente) sono insieme i peggiori per la società; è loro destino di essere umiliati e offesi”, è quanto asserisce Vladimir Sergeevic Solov’ev, filosofo e letterato russo della seconda metà dell’800.

Umiliati e offesi è l’opera giovanile di Fiodor Michailovic Dostoevskij (lo scrittore Vania, la voce narrante è Dostoevskij stesso). Vi è una stretta connaturazione tra il pensiero di Solov’ev e l’allora visione nichilista dostoeskijana in quanto coevi e, quindi, calati entrambi nella realtà dell’imperante concezione del positivismo dogmatico (proprio della cultura francese dell’epoca) che influenzò marcatamente il pensiero e la letteratura russa di quel tempo e a cui proprio Solov’ev si oppose perentoriamente.

Gli umiliati e gli offesi sono la povera gente (Povera gente, romanzo che lo scrittore russo scrisse nel 1846), coloro che si portano dietro l’atavico e atroce destino di essere vittime di continue critiche e umiliazioni. E’ così, proprio imigliori moralmente sono destinati a soccombere, a pagare il fio della colpa, di una colpa ingiusta, solo perché buoni, probi e vulnerabili. I giovani Natasa e Alesa divengono le vittime innocenti e inconsapevoli di un assurdo e diabolico capriccio del principe Valkovskij (padre del giovane Alesa), che non vedendo di buon grado il loro reciproco amore, li costringe a lasciarsi, loro malgrado (sentimento che poi riscatteranno alla fine); così anche il principe Lev Nikolaevic Myskin ne L’idiota diviene oggetto e, vittima a sua volta, di continue umiliazioni.  

L’idiota è, dunque, colui che con la sua purezza d’animo e la sua probità diviene, agli occhi dell’altra società, quella del demone cattivo, di ingannatori, ipocriti, malvagi, un inetto, uno stupido, perché per Dostoevskij prevale nel genere umano il demone del male mentre di gran lunga esiguo è quello del bene. “Perché mai intere notti insonni passano in un attimo, in una inestinguibile felicità e gioia, e perché mai, quando l’alba brilla con la sua luce rosata attraverso la finestra e l’aurora rischiara la tetra stanza con la sua incerta fantastica luce, come accade da noi a Pietroburgo, il nostro sognatore, stanco ed esausto, si getta sul letto e si addormenta in un estatico venir meno del suo spirito morbosamente scosso, e con il cuore dolcemente e languidamente dolorante? (…)” ( Le notti bianche). E che dire, dunque, del sognatore di Le notti bianche (il giovane e romantico Dostoevskij), l’io narrante onirico che dei suoi sogni ne ha fatto uno stile di vita reale, divenendo egli stesso artefice della sua vita (sogno-realtà), quel sogno, quella visione gentile e sentimentale di colui che crede ancora nella bontà, e del suo isolamento volontario da un mondo che altro non è se non un viluppo di frenesie e di egoismi, laddove il sostantivo meraviglia e l’aggettivo meravigliosamente non vengono compresi, anzi aborriti.       

Alesa, Natasa, il principe Myskin e il Sognatore sono, paradossalmente, vittime della loro onestà e della loro purezza, che ne fanno di essi degli emarginati e, quindi, dei diversi in un mondo dove, comprensione e tolleranza sono perennemente in rapporto antitetico con tutto ciò che concerne un comportamento ordinario, ingiusto e amorale.     

(articolo già pubblicato su www.culturadesso.it)

 

Melancholy (1894), Edvard Munch, oilo su tela

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