Claudia Formiconi
Articolo Mallarmé e Baudelaire - Divisi nel modus vivendi, uniti dal pathos poetico

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7 Gennaio 2018
Mallarmé e Baudelaire - Divisi nel modus vivendi, uniti dal pathos poetico


Si respirava ancora l’aria roussoniana secondo natura, si intendeva vivere allo stato selvaggio dove la natura era divenuta per l’animo sensibile, eletto, del poeta, l’unico rifugio sicuro da tutte le iniquità, proprie della bassezza e della superficialità umana. Dappertutto l’aria era pregna di naturalismo, e la natura stessa aveva cessato di rappresentare un mero modo di espressione statica, divenendo, un vero e proprio campo di ricerca poetica, laddove l’uomo e la natura, strettamente connaturati, rasentavano una perfetta osmosi.

Era l’epoca dei poeti maledetti, così come amava definirli e definirsi lo stesso Verlaine, che attraverso le loro angosciose e dolorose esperienze, erano riusciti a conferire alla lirica uno stile ed un taglio del tutto innovativi aprendo, in tal modo, nuovi sentieri alla poesia. L’irrazionalità, l’assurdo, l’ineffabile, e tutti quegli atteggiamenti iconoclasti e stravaganti così palesemente antitetici con la morale del tempo, erano il loro credo.     

Il simbolista Stéphane Mallarmé, fu consacrato tra il branco dei maledetti, mauve, da Verlaine.

Mallarmé, erede spirituale di Charles Baudelaire, aveva condotto un’esistenza estremamente borghese, colorata di quel grigiore, che si attaglia alla figura di un insegnante liceale di provincia. Fin qui tutto è nella norma; infatti questo non costituirebbe il cuore del problema, se non per la profonda dicotomia interiore dell’essere e dell’apparire che lo stesso Mallarmé avvertì e che, nonostante tutto, aveva vissuto altrettanto dolorosamente con tenace spirito stoico.

Mallarmé più giovane di diciannove anni di Baudelaire, non era mai stato in grado di uscire fuori da quella sua condizione di avvilente routine, come invece fu nella natura del suo padre spirituale, il parnassiano, dallo spirito velatamente dandy che, ebbro di viaggi esotici, di sole, di mare, di erotismo e sempre aperto a nuove esperienze, precipitò nel baratro delle droghe e dei paradisi artificiali al fine di esorcizzare il tema dello spleen, del tedioso e lento scorrere del tempo, quale simbolo della condizione esistenziale dell’uomo moderno. Padre spirituale del decadentismo e del simbolismo,Baudelaire assurse a nuova voce di rottura del vigente modello tradizionale apportando un arricchimento ulteriore alla poetica romantica, dalla quale, poi, egli stesso prese le distanze, con una variante ben definita: una lirica dal linguaggio sublime e musicale, popolata da sinestesie ecorrispondenze segrete, severamente più intimistica e complessa, proprio come l’animo moderno esigeva; la quale come modello di indagine anteponeva l’essere nella sua interezza, la propria ragione d’essere, avulsa dal raziocinio e dal verosimile. Fu egli stesso, infatti, a parlare per la prima volta dimodernismo. Un autentico de profundis, un – Io confesso – del proprio cuore messo a nudo ( Les fleurs du mal ).

Imploro la tua pietà, Tu, mio amore unico,

dal fondo dell’abisso dov’è caduto il mio cuore.

E’ un universo tetro dall’orizzonte plumbeo,

dove nel buio nuotano la bestemmia e l’orrore;

 un sole che non scalda per sei mesi vi plana

e per altri sei mesi la notte copre la terra;

è un paese più nudo della calotta polare;

né bestie, né ruscelli, né foreste, né erba!

Al mondo non esiste orrore che superi

la fredda crudeltà di questo freddo glaciale,

di questa notte immensa simile al vecchio Caos;

ed invidio la sorte degli infimi animali

che possono tuffarsi in fondo a un sonno ottuso,

la matassa del tempo così lenta si dipana!

 

Nel sonetto De profundis clamavi, il Tu assume una duplice valenza, quella di Dio e quella della donna (probabilmente la figura di Béatrix, colei che il poeta idealizzò all’insegna dell’amore), proprio perché, lontano da una fede propriamente ortodossa egli sentì l’esigenza, in mezzo a tanta desolazione, di sostituire l’amore di Dio con quello della donna idealizzata.

“Dipingere non la cosa, ma l’effetto che essa produce”, così amava definire il suo innovativo proponimento poetico Mallarmé, principio che condivise pienamente con l’amico Edouard Manet; entrambi gli artisti infatti, ognuno nel proprio campo, scrutavano indagando internamente, ma precipuamente in modo più oggettivo che soggettivo, e ad affidare il proprio operato alla pura casualità. Principio questo che permeò, soprattutto negli ultimi tempi, l’opera di Mallarmé (Un cuop de dés n’abolira le hasard). Inizialmente, impressionato dalle tematiche poetiche di Baudelaire e dal suo stravagante modus vivendi, Manet prese spunto per i suoi quadri, dai costumi e dalle scene di vita parigina. E’ importante rammentare, che sia Baudelaire che Mallarmé furono intimi amici del pittore impressionista, e che lo stesso Baudelaire aveva vissuto assieme a Manet per un breve periodo di tempo. Appare evidente che i tre artisti in quell’occasione ebbero un fecondo scambio di concetti preziosi e proficui per la loro attività, aventi in comune la ricerca e proclivi ad ogni sorta di innovazione.

L’ideale e il reale, costituirono il costante travaglio della spasmodica ricerca di Mallarmé, il voler a tutti i costi evadere da quella quotidiana prigionia, conseguendo una sorta di panacea che potesse obliargli l’angusta realtà sociale che lo inibiva. Questa liberalizzazione poteva realizzarsi attraverso la suggestione della parola, avulsa da ogni significato logico e prosaico, il verso non più vincolato ma libero da ogni eventuale punteggiatura e interpunzione. E’ certo che egli fu uno tra i pochi a trasfigurare quella che è la metrica della poesia tradizionale con l’apporto di caratteri tipografici diversi, lasciando spazi bianchi tra una parola e l’altra. Una poesia schietta, scevra da ogni fine pragmatico. La parola, riportata allo stato primitivo, e non più vincolata da congiunzioni ma legata con nuove connessioni, con misteriose analogie che nulla hanno a che vedere con la ragione, insomma un qualcosa che sfugge alla ragione collettiva. Poesia  ostica, intelligibile solo agli adepti.

Mallarmé sapeva da sempre che la sua missione di ipostatizzazione, il voler cioè rappresentare una realtà ideale, era cosa impossibile e ad essere conscio della profonda antinomia tra l’ideale d’arte e i mezzi per poterlo attuare. Questo fu il suo grande dramma, quello dell’impotenza artistica, reiterato in molte delle sue liriche. Dramma acuito ulteriormente proprio perché, nell’impossibilità di poter vivere quella realtà ideale, vissuta soltanto nel suo mondo immaginario e da lui tanto agognata, e da quel suo travaglio interiore,  spinto sino all’estremo da un viscerale pathos di angoscia, egli, con mite rassegnazione, non poté far altro che contemplare e maturare l’importanza dell’ignoto e della sua desolante incommensurabilità così lontana dalla grettezza umana, quale antidoto a tutte le vane illusioni.

La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri.

Fuggire! laggiù fuggire! Sento che uccelli sono ebbri

d’essere tra la schiuma ignota ed i cieli!

Nulla, né i vecchi giardini riflessi dagli occhi,

tratterrà questo cuore che nel mare si bagna,

o Notti!, né la luce deserta della mia lampada

sulla vuota pagina difesa dalla bianchezza,

e nemmeno la giovine donna che allatta il suo bimbo.

Partirò! Piroscafo che dondoli la tua alberatura,

leva l’ancora per un’esotica natura!

Un tedio, desolato dalle crudeli speranze,

crede ancora all’addio supremo dei fazzoletti!

E forse gli alberi che invitano le tempeste

sono di quelli che un vento china sui naufragi

perduti, senz’alberi, senz’alberi, né fertili isolotti…

Ma, o cuore mio, odi il canto dei marinai    

Brezza marina è, dunque, una eloquente testimonianza del fallimento e della sopraggiunta sterilità del poeta, ormai stanco e impotente, dinanzi al foglio bianco ma che in fase di mera contemplazione esorta il suo cuore, ancora una volta, ad udire il canto dei marinai.

La Brezza marina e L’albatro, assurgono a simboli dell’evasione verso gli infiniti orizzonti azzurri, dove l’uccello ebbro, icastica metafora del poeta-albatro, si libra tra cielo e mare come un vero e proprio principe dell’ignoto, il quale ha ali assai grandi per uno spazio troppo esiguo quale è la terra.

… Come il principe dei nembi

è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,

si ride dell’arciere: ma esiliato

sulla terra, fra scherni, camminare

non può per le sue ali di gigante.       

 

(articolo già pubblicato su www.culturadesso.it)

 

Le déjeuner sur l'herbe,  Manet (1863)

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